Recensione/intervista con Marco Missiroli

Dopo Senza coda (Premio Campiello Opera Prima 2006), Il buio addosso e Bianco, Marco Missiroli ha recentemente pubblicato il suo quarto romanzo, Il senso dell'elefante.

Il protagonista, Pietro, è un prete riminese che gli eventi della vita hanno portato a rinunciare alla sua attività religiosa. Ora fa il portinaio in un palazzo di Milano: una galleria di personaggi stravaganti e idiosincratici. Con la propria copia delle chiavi dell'appartamento dei Martini, Pietro vi si introduce, ruba piccoli oggetti, ne annusa l'odore. Il romanzo nasconde, lascia intuire e poi svela, pian piano, quale segreto lega il portiere e Luca Martini, le sottili trame familiari che le vite intessono, fatte come sono di ricordi lasciati tra Rimini e Milano. In questo svelamento grande importanza assumono gli oggetti a cui tali ricordi si legano. Scopriamo insieme a Pietro che il dottor Martini per la sua professione di medico è costretto a vivere dolorosamente il confine tra vita e morte, e somministra iniezioni letali ai malati terminali che glielo chiedono. Missiroli costruisce attorno all'insondabile mistero della condizione umana una trama coinvolgente, che costringe il lettore fino all'ultima pagina, e però non giudica: semplicemente racconta e, quel che più conta, non scrive un romanzo sull'eutanasia ma, attraversandola, intesse una trama che ruota attorno al centro vuoto della morte, la fissa negli occhi senza smettere di correre. Come ogni buon romanzo, è una sfida a ciò che è oltre, non certo una risposta, ma un modo nuovo di porre una domanda.

E non si intenda banalmente che il romanzo sfida la morte perché parla di eutanasia: a scanso di equivoci, devo sottolineare che il merito dell'autore è appunto quello di non far crollare il racconto sotto il peso di una forzata morale. Caratteristica dominante, come sempre in Missiroli, è un approccio visivo alla narrazione che pone in risalto la successione delle azioni, più che una posizione autoriale di giudizio rispetto ai personaggi o un resoconto delle loro riflessioni.

La sfida alla morte è rappresentata dalla presenza di un messaggio comune, messaggio che si intreccia con tutto ciò che questo libro racconta, cioè la stretta comunione tra tutti i padri, incarnati nelle figure di Pietro e Luca, ma anche in quella sofferente di un benzinaio, il cui figlio è malato terminale. Attraverso la singolarità di ciascuna di queste esperienze, Missiroli definisce i tratti di un umanissimo archetipo paterno, che vive un amore sofferto verso tutto ciò che è filiale, e questo è, a mio avviso, il grande obiettivo di quest'opera. È infatti questo il “senso dell'elefante”, una paternità che disconosce il legame del sangue e sente forte il legame di specie: ogni padre difende ogni figlio, difende l'uomo quando è debole. Mai troviamo, quindi, intellettualistiche prese di posizione perché ogni azione, conclusione, battuta dei personaggi si giustifica da sé nella dinamica di una scrittura che ricorda molto da vicino (a tratti forse troppo – e questo è forse il limite di questo stile) una sceneggiatura cinematografica, disegnata con tocco rapido e preciso.

 

Abbiamo avuto il piacere di fare a Marco Missiroli qualche domanda sulla sua ultima opera.

Marco, quando si parla del “tema” di un'opera si rischia di ridursi a riassumere aspetti accidentali della trama, ma qui se un tema c'è e ci trovassimo costretti in poche righe diremmo che è un romanzo sulla paternità - non volendo con questo trascurare altre componenti, come quella, pur centrale, dell'eutanasia. Quello che voglio chiederti è cosa significa per uno scrittore confrontarsi con aspetti così profondamente condivisi da ogni uomo, cioè pensare l'Uomo narrando una storia. Io la considero la grande scommessa della letteratura, anche tu la consideri una scommessa?

L'importante è mettere ciò che vuoi trattare dentro una storia. Deve esserci una storia, non è sufficiente trattare temi profondi o semplicemente l'umano senza mitizzarli in una narrazione. Non perché il lettore debba essere portato dentro con trucchi narrativi, ma perché l'esistenza stessa ha un inizio e una fine, degli avvenimenti e un cerchio che prova a chiudersi. Scrivere romanzi per me è tentare di riprendere questo cerchio. La paternità è il motore di questo libro, l'eutanasia rimane sullo sfondo anche se è, in un certo senso, il carburante di questo motore. L'unico modo che avevo di parlare di questi massimi sistemi era una storia vera, autentica, composta da personaggi autentici che esistono veramente e che danno verità a qualcosa che altrimenti sarebbe stato troppo pour parler.

Nel romanzo, quella di Dio è una presenza fissa, o - se così si può dire - un'assenza fissa. Intendo dire che il confronto con il divino a cui obbliga la ricerca di senso dei tuoi personaggi si scontra quasi sempre con lo scacco della sua ineffabilità, della sua distanza. Non a caso, il protagonista è un prete spretato che ha perso la fede in quel Dio che per lui è anche padre, dal momento che è orfano. C'è qualcosa di divino in quell'afflato paterno che tu chiami il “senso dell'elefante”?

Dio è lo spartiacque di tutti i miei libri, nei precedenti era lo specchio in cui guardarsi per commettere immoralità "legittimate". In questo caso no, è un vero e proprio interlocutore, un padre che sta a guardare i suoi uomini rincorrersi per sfuggire alla solitudine, ai doni terreni, ai vuoti umani. È un Dio osservatore che, siccome guarda, condiziona. Pietro è il rappresentante umano di una persona che non ci sta più a farsi giudicare da un Dio che "è rimasto vigliacco per tutta una vita". La sfida comincia qui, è una sfida piena di pietas, non di presunzione.

In una recente intervista rilasciata a Rolling Stone, rispondevi a Franco Capacchione che la tua è una scrittura visiva, nata da una formazione più cinematografica che letteraria. Ti avrei rivolto la sua medesima domanda, ma, per non annoiarti, vado oltre. Mi pare che Bianco corresse sull'orlo di un burrone, da cui anche Il senso dell'elefante non è del tutto al sicuro, cioè di ritrovarsi, non vicino, ma in concorrenza con il cinema. Cosa ne pensi?

Il mio modo di scrivere è visuale, ma non scimmiotta il cinema. È un modo reinventato di vedere le dinamiche umane attraverso i gesti. Tu lettore vedi il gesto, e capisci il sentimento. Nel cinema vedi il sentimento. È diverso, vengo dalla tradizione strettamente hemingwyana, dove il fatto conta più del detto. Il cinema è ancora l'arte che mi influenza di più, non dal punto di vista estetico ma da quello della narrazione: anche io penso ai miei libri per scene.

Milano e Rimini. Le tue due città sono anche le città della vita di Pietro, ma è soprattutto il suggestivo mare d'inverno, ad essere luogo di illuminazione per ognuno dei personaggi di quella strana combriccola che viene a crearsi nel finale. Perché a questo punto della tua carriera hai deciso di parlare di Rimini, addirittura affidando ai personaggi qualche battuta in dialetto?

Perché ogni scrittore deve fare i conti con le proprie radici o almeno con le proiezioni delle proprie origini. Ho avuto un rapporto conflittuale con Rimini e lo si vede nel mio secondo libro, Il buio addosso, dove R. è la città delle crudeltà. Ma ora sono completamente riappacificato con la mia terra, forse ci sono riuscito stando fuori, vivendo a Milano o scrivendo di altri territori. Sta di fatto che le pagine di Rimini mi hanno riportato a casa, sia come scrittore, sia come persona. E credo siano le migliori che io abbia mai scritto.
 

(Marco Missiroli, Il senso dell'elefante, Guanda, 23 febbraio 2012, 237 pagg., 16,50 €; intervista realizzata il 7 marzo 2012; l'intervista di Franco Capacchione è su www.rollingstonemagazine.it)

 

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