Tecnicismi

 

L'attuale situazione governativa del nostro paese presenta aspetti affascinanti. Parlando da cittadino votante devo dire che sono colpito da questo bizzarro antidemocratico strumento che è il governo tecnico, il quale nasce come garanzia della stabilità istituzionale, e che certo meriterebbe una riflessione più accurata della mia.

Infatti io di politica non me ne intendo e invece mi picco di capirci qualcosa di lingua italiana, quindi penso e rifletto su quel che un “governo tecnico” significa.

“Governo tecnico” sta per “governo non politico”, cioè in cui nessuno dei ministri è rappresentante di un partito politico, e pertanto non eletto e non eleggibile. Questo, in un momento di crisi del paese e globale, dovrebbe garantirci dall'essere sacrificati per qualsivoglia interesse di parte. (Ora, si spererebbe che a scamparci fosse il buon senso di coloro che, eleggibili, sono stati eletti a loro tempo, ma è storia già sentita e non voglio fare della demagogia).

“Tecnico”, convenzionalmente, in questi casi, viene usato per indicare un ministro “non politico” ma, ovviamente, non significa “non politico”, significa piuttosto “persona in possesso di una tecnica” ovvero di un insieme di conoscenze professionali, strumentali e pratiche, adatte a risolvere problemi relativi a una determinata materia (economia, medicina, idraulica, chimica, ...).

Questa accezione del termine complica la questione perché pone due problemi: il primo è che si rischia di autorizzare una indebita (e qualunquista) equazione “politico” = “non tecnico”; il secondo è che si presume che nella gestione della cosa pubblica sia qualità necessaria e sufficiente il possedere una tecnica.

Il primo problema è complesso e me la cavo dicendo che un partito che si presenta alle elezioni, a mio avviso, deve avere l'ambizione di poterle vincere, il che vale a dire avere un'idea, un progetto economico e sociale ampio. Deve pertanto essere dotato di professionisti competenti in grado di mettere in pratica un disegno completo e coerente in vista di un ideale modello di stato (dai tombini alla scuola dell'obbligo). Una lista che si presenta alle elezioni solo per difendere i lupi dall'estinzione è un movimento morale e non un partito. Questo vale e a maggior ragione anche per tutti quelli che sono in tutto e per tutto partiti, ma non hanno se non pochissima o alcuna credibilità tecnica, professionale, intellettuale. (Questa è una lettura generica e di superficie, senza grandi pretese).

Il secondo problema mi interessa di più perché vorrei riflettere su quello che distanzia oggi ciò che noi definiamo “tecnico” dalla categoria professionale che in altri tempi si sarebbe definita “intellettuale”. In breve: intellettuale, sarebbe colui che, in virtù dei suoi studi e della sua intelligenza, mette in pratica un “sapere” (e non una “tecnica” che vorrebbe essere una sorta di “sapere pratico”) in modo critico e consapevole, specialmente in ambito umanistico; il tecnico è, invece, colui che applica una serie di regole in modo strumentale, in ambito principalmente scientifico.

Oggi stiamo supponendo possibile l'esistenza di una guida tecnica di cose comuni e morali come l'istruzione, la sanità o la giustizia, ignorando la necessità di un obiettivo chiaro e sociale, vincolato a una critica che non può essere solo sapere applicato – un sapere che in certi campi non esiste poiché non esiste certezza. Forse, come si è provato a fare degli umanisti dei tecnici e scienziati, senza peraltro riuscirci, si potrebbe tentare di formare una classe tecnica e professionale più critica (o più colta?). Ricordo a chi l'ha dimenticato che Gadda fu ingegnere, Primo Levi chimico.

Ritornando al nostro discorso, dico solo che nascondere gli attuali ministri da una responsabilità anche morale, anche ideale, anche progettuale, dietro il paravento della “tecnica” è un errore di prospettiva. Il nodo è storico: ci siamo forse fatti un'idea sbagliata dell'intellettuale, immaginando un idiosincratico perdigiorno, un attardato umanista, e invece ci siamo dimenticati che intellettuale dovrebbe essere chiunque lavori con l'intelletto, cioè tutti noi, dal manovale al notaio, poiché non esiste prassi senza teoria, azione senza direzione. E nemmeno tecnica senza politica. Se vogliono farci credere che sia possibile un governo senza una prospettiva valoriale, certo dovremmo essere preparati a capire che non è vero.

 

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