Le parole vanno con tutti

Ogni parola ha un suo significato. L'uso che si fa delle parole lentamente ne cambia il senso, in genere per motivi di convenienza ed economia del lessico. Questa, però, non deve essere una giustificazione per tutti gli usi indebiti delle parole. Occorre guardarsi da alcuni abusi che possono essere semplicemente scorretti (se siamo in buona fede), ma anche strumentali e faziosi (se siamo in mala fede).
Io sono in mala fede.

SOPRA UN TARLO LESSICALE-STORICO-POLITICO
Ancora una fastidiosa eco mi rimbomba nella testa, un tarlo che mi ha perforato il timpano e di lì è risalito fino a intaccare la corteccia cerebrale. Non ricordo più bene dove e quando, ma so d'aver sentito con un'allarmante frequenza, forse alcuni mesi fa, una frase supponente e nello stesso tempo ingenua, spacciata come presupposto indispensabile di qualunque considerazione politica. Suonava pressappoco così: “le ideologie sono finite”; o forse era “fuori dalle ideologie” o “non è più il tempo delle ideologie”. Si trattava di una dichiarazione di possesso di una certezza assoluta traducibile in: “non ci sono ideologie ora come ora, ma solo la verità” o un'ingenua sineddoche traslabile in “non c'è più l'URSS, né il PCI, e dal momento che per ideologia s'intende senz'altro comunismo, possiamo parlare di fine delle ideologie”? Io penso che il presupposto di chi usa queste espressioni sia piuttosto il secondo, ma non sono proprio sicuro che si tratti di ingenuità (che sia ignoranza?).
Ma noi, che cos'è l'ideologia, ce lo siamo mai chiesti? Siamo disposti a lasciar correre un uso così libero e sconsiderato di questo termine affascinante e ricco, senza domandarci cosa significhi veramente?
Certamente comprendo le ragioni di chi per motivi politici si ostina a sottolineare che l'ideologia comunista ha condotto al fallimento di ogni esperimento di socialismo reale, ma vorrei ricordargli la distanza abissale che correva tra Stalin e Marx e fargli notare che la leggerezza di chiamare ideologia il solo marxismo nasconde un doppio fondo mortale per lo sviluppo di un pensiero davvero nuovo, finalmente libero da preconcetti e ipoteche (senza nascondere che sono stufo di fare la parte del marxista solo perché oso porre dei limiti all'idea liberale).
Per capire la grave incomprensione che porta a dichiarazioni del genere sopra citato, basti pensare che rinunciare a definire il proprio modo di pensare un'ideologia, dichiarando addirittura la “morte” delle ideologie (si noti che qui l'uso diventa plurale), equivale a sostenere che si vive nell'era della verità, cioè nel migliore dei mondi possibili. Ritengo che molti di voi, per quanto amanti della vita, siano disposti a seguirmi se oso sostenere che il nostro mondo ha ancora tanti difetti da correggere e problemi da risolvere (i parcheggi a pagamento, la SIAE, il burro che non si spalma, la fame, e altre cose così) ed è perciò ben lungi dalla perfezione. Se non si cambiano le cose è perché c'è un pensiero dominante che ha ben altro per la testa. Sarà anacronistico, ma io ritengo che la nostra epoca post-moderna, post-post-moderna, post-industriale (e potrei continuare coi post) debba ancora prendersi la sua grossa parte di responsabilità per lo sfacelo che sta facendo di questo pianeta. E non mi si venga a dire che lo si fa per il benessere, poiché non mi pare che questo abbia portato grossi benefici in Bangladesh o in Burkina Faso. Se lo si fa, lo si fa perché il profitto è e resta in cima alle nostre priorità, ed è questo il nostro mezzo e il nostro fine.
Si badi, non sto facendo la morale a nessuno, e nemmeno una lezione di storia, sociologia, né tanto meno di economia. Solamente, vorrei che si tornasse a chiamare le cose col proprio nome, che si ammettesse una buona volta che siamo tutti soggiogati dalle pastoie di una ideologia onnivora, onnipresente, camaleontica e sovrana.

Gioverà poi ricordare che una simile ondata di ottimismo, chiamata positivismo, ha serpeggiato per l'Europa del XIX secolo portandoci in dono fior di scienziati e, purtroppo, aprendo le porte all'eugenetica: perché il prezzo da pagare per avere un'idea fissa, è che ad essa si sottomette il mondo, e non sempre si è in grado di ammetterlo.

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