Era l'inizio degli anni '80 quando venne distribuito “Cannibal Holocaust”, film del nostro Ruggero Deodato, capace di distinguersi per la sua originalità.
Un professore newyorkese intraprende un viaggio nell'Amazzonia brasiliana alla ricerca di quattro ragazzi scomparsi da mesi. Quei ragazzi (due uomini, una donna e Luca Barbareschi) si erano spinti fino a quei luoghi così pericolosi per girare un documentario su una tribù cannibale del Brasile. Il professore, giunto in un villaggio devastato, ritrova i resti dei cadaveri dei quattro sprovveduti e il materiale da loro girato. Il film dunque ripropone le immagini di quel documentario dopo che il professore torna a New York per visionarlo.
Fino a qui niente di nuovo sotto il sole, ma la vera rivoluzione per l'epoca fu l'utilizzo dell'handycam per realizzare le riprese: essa è la famosa telecamera a mano, per intenderci, quella che utilizzano i padri di famiglia per riprendere la noiosissima comunione del figlio.
Nel caso specifico di “Cannibal Holocaust” con questo innovativo metodo di ripresa vennero mostrate immagini piuttosto crude e disturbanti: indigeni impalati e divorati, donne incinte lapidate, tartarughe letteralmente sgusciate, peni mozzati, stupri rivoltanti ecc. (e non vi consiglio di immaginare cosa può contenere il mio “ecc.” ). Niente male vero? Non sono esattamente istantanee avvicinabili al figlioletto che per la prima volta assapora il corpo di Cristo.

Passarono quasi 20 anni prima che altri registi utilizzassero quel metodo di ripresa così anti-cinematografico (sempre in movimento, spesso fuori fuoco e pieno di sbalzi): Spielberg utilizzò l'handycam per lo sbarco in Normandia in “Salvate il soldato Ryan”, mentre il film “The Blair Witch Project” terrorizzò milioni di adolescenti e migliaia di adulti riproponendo per tutta la sua durata quel confuso metodo di ripresa.
“The Blair Witch Project”, che raccontava la storia di un gruppo di ragazzi in un bosco alla ricerca della strega di Blair (un paesino vicino al Maryland - USA), basava la sua fama su un battage pubblicitario assolutamente originale, con finte interviste dei parenti dei ragazzi e falsi telegiornali che annunciavano il ritrovamento del loro filmato, così da far avanzare il sospetto che il film stesso fosse una testimonianza reale (found footage). Con gli anni questo nuovo filone cinematografico prese sempre più piede: uscirono “Cloverfield”, “District 9”, “REC, “Diary of the dead” e tanti altri, più o meno famosi, spesso con venature horror o fantascientifiche.

L'ultimo portatore sano di questa corrente è “Paranormal Activity”, di cui tutti, nel bene o nel male, ne hanno sentito parlare. Il film parla di una coppia di fidanzati alle prese con un fantasma che infesta la loro abitazione. L'uomo di casa ha la brillante idea di posizionare la sua inseparabile telecamera sul mobile davanti al loro letto, così da poter analizzare i filmati e scoprire gli straordinari eventi che si manifestano durante la notte. Strani rumori dai corridoi, porte cigolanti, armadi che si aprono e chiudono a loro piacimento e lenzuola volanti stile Sandra Mondaini.

Di seguito vi proponiamo due recensioni del film, scritte ovviamente da due persone differenti: la prima di carattere negativo mentre la seconda positiva. Buona lettura!

PARANORMAL ACTIVITY - CONTRO di Matteo Cattelan

Quando si giudica il difficile viene dal cercare di essere critici senza essere arbitrari. Come posso fare allora a dire cosa penso di questo film? Se rimango in un ambito estetico, il loop mi aspetta dietro l'angolo (il film non mi piace perché è brutto, ed è brutto perché non mi piace). Posso tentare, allora, di andare un po' più a fondo, allargando il campo, cercando non solo di guardare da lontano la superficie di cose complesse ed essere soddisfatto. No, non mi accontento di dire che questo film non mi accontenta.
Andiamo indietro con la memoria, al tempo del lancio pubblicitario di “Paranormal Activity”. Come è stato presentato al pubblico questo horror? Come un prodotto che era riuscito “a fare il salto”, un film low-budget che aveva interessato una major, che l'aveva “adottato” e distribuito. Dunque qualcosa di innovativo, interessante, nuovo (come ogni cosa di cui si veda una pubblicità). Un film riuscito, migliore di quelli che lo avevano preceduto. Negli spot che si susseguivano si vedevano sale di cinema piene di gente che saltava sulla poltrona dallo spavento. Già questo mi faceva sorgere qualche dubbio: perché il trailer indugia sul pubblico, mi chiedevo al tempo. Poi ho avuto una risposta vedendo il film. Una risposta che mi ha presentato una verità assai contrastante rispetto al contenuto promesso dai trailer.
“Paranormal Activity” è un film tradizionalista che si maschera da found footage. Esso, cioè, mima il linguaggio della forma cinematografica di grido in quel periodo (da “The Blair Witch Project”, al furbesco “Cloverfield” etc..) senza rinunciare però ad una classica “domesticazione” del flusso di immagini “in soggettiva”. E questo sarebbe solo disonesto, d'accordo, e non precluderebbe la possibilità del film di intrattenere piacevolmente. Ma è proprio a causa di questa natura ibrida (o irrisolta) che “Paranormal Activity” miete una vittima eccelsa: la presa sugli spettatori, cioè la capacità di fare loro sospendere il giudizio critico e lasciarsi andare alla narrazione.
Questo film è noioso. E lo è soprattutto perché allo spettatore viene presentato esplicitamente il “montaggio” delle scene. Si prendano come esempio gli avanti-veloce e i cambiamenti di inquadratura. Attraverso questi artifici linguistici vengono eliminati i tempi morti. Pertanto ciò che accade in “tempo reale” è significativo, il resto no. Questa gestione del tempo nella narrazione è una prassi classica del linguaggio cinematografico, ed è necessaria per mantenere desta l'attenzione dello spettatore (“nelle vite dei film non ci sono tempi morti” diceva il personaggio Bonanza in “Radiofreccia”) .
Non c'è niente di male nel montaggio in quanto tale. Ma se viene “montato” un flusso di immagini “in soggettiva” (ovvero che presentano punti di vista fissi nei quali dovrebbe immedesimarsi lo spettatore), allora viene impossibilitato tale processo, perché tra il nostro occhio e l'occhio della telecamera, si frappongono il regista e le sue scelte che guidano, montano le scene e ordinano il film. Balza così in primo piano la mediazione narrativa del regista, l'artificio del montaggio, con buona pace della sospensione del giudizio. Così l'ora e mezza scarsa del film va avanti con il sopracciglio dello scettico sempre più alzato. E sempre più si radica la convinzione che io spettatore non sono “nella” storia, non sono lì a vedere le peripezie demoniache di questa coppia, tutt'altro, io spettatore mi sto accontentando di fare questa esperienza attraverso occhi che già sono stati impostati (montati) per me. Così si esce dalla sala con un gusto di cibo preconfezionato, un buon sapore un po' chimico, “precotto”.
Questo “Paranormal Activity”, se visto attraverso una ottica esclusivamente estetica, non è un brutto film, anzi, è apprezzabile. Ma questa estetica non spregevole è all'interno di un film “eticamente” tradizionalista, il cui fine era essere notato da una major che lo valorizzasse, pavido nel suo voler essere appagante e nel non voler essere fino in fondo un found footage, perciò noioso.
Mi si darà del retrogrado, dell'affezionato alla distinzione netta degli stili eccetera.
Niente affatto. Un conto è la sperimentazione (e lo sbaglio), un conto è la bufala figlia del marketing.

PARANORMAL ACTIVITY – PRO di Gianluca Pari

Spesso un film non è solo quello che mostra sullo schermo, spesso un film è anche tutto quello che si nasconde dietro alla sua realizzazione: dall'idea alla sceneggiatura, dalle riprese al montaggio, sino ad arrivare alla distribuzione. Penso al coraggio di Werner Herzog, regista tedesco in attività da più di quarantanni, che ha rischiato spesso la vita per raggiungere il suo risultato (esempio lampante è il film “Fitzcarraldo”, se avete modo e tempo informatevi su tutto ciò che è stato il suo iter realizzativo). Altro esempio può essere il metodo lavorativo di Alfred Hitchcock, che prima di girare un film lo immaginava e descriveva sin nei minimi particolari, raramente dando adito a modifiche durante le riprese.

Nel caso specifico di “Paranormal Activity” (di cui non è mia intenzione un paragone con i due mostri sacri sopra citati) la questione è diversa: dietro ad un film così semplice e diretto si nasconde un paese all'avanguardia come quello americano, dove chiunque ha la possibilità di poter emergere anche in un campo così inavvicinabile come quello cinematografico (un confronto con l'Italia sarebbe infausto). È sempre un bene ricordare che Orson Welles girò il suo “Quarto potere” alla tenera età di 26 anni.

Oren Peli era un ragazzo poco più che ventenne, programmatore di videogiochi e senza alcuna esperienza nel mondo del cinema, che con 17.000 dollari decise di girare un film insieme ad un paio di amici. Diventò così produttore, sceneggiatore, regista e montatore di “Paranormal Activity”.
Le riprese durarono non più di due settimane, e dopo averlo finalmente montato e concluso lo presentò allo Screamfest Horror Film Festival (uno degli innumerevoli festival che si tengono negli Stati Uniti, in questo caso a Los Angeles). Armato di coraggio ed intraprendenza, Oren Peli distribuì una copia del suo film in mano a tutti quei produttori che frequentavano il festival (e già il fatto che una manifestazione cinematografica sia frequentata da produttori stimati è una cosa quasi inconcepibile nel nostro paese), sperando nella fortuna di un passaparola in grado di raggiungere i piani più alti dello star system.
Il caso volle che un amico di un amico di un amico di un amico (e potrei continuare per altre due righe) di Steven Spielberg rimase entusiasta del film, e quando arrivò nelle mani del regista di “Indiana Jones”, quest'ultimo ne restò piacevolmente sorpreso. Passò un breve periodo, l'idea iniziale di Spielberg era quella di girarne un remake, ma poi si decise di distribuire il film stesso apportando qualche modifica al finale.
“Paranormal activity”, il film di un ragazzetto israeliano emigrato in America all'età di 19 anni, costato 17.000 dollari, sbarca in tutto il mondo. Incassa 107 milioni di dollari solo negli Stati Uniti e in Italia si ritrova proiettato nella sala a fianco ad “Avatar” e ad uno dei tanti film di Muccino (senior o junior poco importa).
La morale è che negli Stati Uniti una buona idea, coerente con sé stessa ed efficace (non necessariamente originale), ha la possibilità di emergere, in Italia invece la raccomandazione conta più di qualsiasi botta di culo.

Concentrandoci sul film, “Paranormal Activity” è una pellicola riuscita, soprattutto in considerazione del budget a disposizione. Inutile scervellarsi sulle tante risposte non date, alcune delle più sceme come “ma quei due fidanzati come fanno ad avere una villa del genere senza nemmeno lavorare?”, oppure quelle più mirate come “per poco il fantasma non ti stupra la fidanzata e tu stai ancora dentro quella casa?!”. L'importanza del film sta tutta nel suo impianto scenico, nella sua capacità di creare suspense e tensione e nella coerenza di un'idea che non ha alcuna ambizione se non quella di provocare palpitazioni nel cuore dello spettatore.
C'è da aggiungere che il film dev'essere obbligatoriamente gustato in home-video: questa affermazione può risultare paradossale perché la fortuna di “Paranormal Activity” è stata proprio quella di trovare una distribuzione cinematografica, però nasce principalmente come film di cassetta e così deve rimanere.
Io personalmente lo guardai al computer, a notte fonda, con le cuffie alle orecchie, e posso assicurarvi che il suo scopo lo raggiunse benissimo. Poi è sempre questione di gusti e sensazioni, di sensibilità e di concentrazione, ma non mi sento di criticare un film che fa da bandiera ad un paese che dà la possibilità a tutti, pure al figlio dello spazzino, di poter realizzare il proprio sogno.

Non sarà un capolavoro, questo è certo, però è l'esempio perfetto di un'industria che funziona a meraviglia.

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