La Romagna che “sta per scomparendo” è la storia di un popolo che ormai non c’è più. È il viaggio alla ricerca di personaggi che ancora oggi, fieri e inconsapevoli, portano avanti quella che è una tradizione tramandata di padre in figlio in anni e anni di storia. È quella cultura ormai ai nostri giorni dimenticata (o non cultura) fatta di storie inverosimili e di leggende metropolitane che non importa se vere o false, se accadute o solamente immaginate, ma certamente, da tutti quelli che le ascoltavano, accettate, condivise e tramandate. È la consacrazione del bar come luogo di incontro, di informazione, di pettegolezzo: questa sorta di foro romano dei giorni che furono in cui tutta la vita del paese passava e veniva analizzata. Perché in Romagna la città non è mai esistita, c’erano solo paesi dove il sostentamento era fatto di lavoro della terra dove coltivare la vigna per il prezioso Sangiovese, di mare dove pescare il pesce con le nasse o andare a raccogliere “le poverazze” e, nei casi più fortunati, di figli mandati alle “scuole alte” a riscattare il passato dei loro padri. Ed è da qui che tutto è cominciato a terminare, le “scuole alte” han fatto sì che la globalizzazione prendesse il sopravvento sulla tradizione, che la contaminazione con altre culture cancellasse quasi totalmente la razza romagnola tanto che al giorno d’oggi se ne contano solo alcuni esemplari ai quali va il grazie di tutti noi che di romagnolo purtroppo abbiamo mantenuto ben poco. Ma come in ogni storia che si rispetti, partiamo dall’inizio.
La Romagna è stata abitata sin dalla preistoria. Di sicuro ci fu una dominazione etrusca ma il primo popolo che diede un’importante impronta alla cultura romagnola furono i celti: non c’è da stupirsi quindi che molte parole del nostro dialetto siano uguali al francese e che quindi l’abbordaggio delle donzelle d’oltralpe non sia mai stato un problema per il romagnolo doc perché, per quelle due parole che doveva dire, lo e scureva in dialet. C’è però un aneddoto da raccontare sui rapporti romagnolo-francesi: è la storia di quel bagnino che aveva fatto innamorare la francesina di turno, dove i dialoghi si consumavano con lui che parlava dialetto e lei che gli rispondeva in francese. E la storia ha funzionato bene fino a quando alla sventurata non le è venuto in mente di dirgli: “Je t'aimerai toujours”, quando cioè la somiglianza tra dialetto e francese ha portato fuori strada. Aimerai troppo simile al verbo menare che da noi in Romagna vuol dire picchiare e toujours troppo simile a giouri e cioè forbici. Così quella frase che voleva far giurare l’amore di lei per sempre è stata interpretata come un avvertimento violento per il futuro che non lasciava scampo al romagnolo il quale non ha potuto fare altro che mollarla immediatamente.
Di seguito i Romani sconfissero i celti e al ritorno dal De bello gallico quel bell’imbusto di Giulio Cesare non ci pensò due volte a passare una bella nottata in Romagna prima di attraversare il Rubicone e dirigersi verso Roma. Non sto a raccontare sulle dispute di dove piazzare sto benedetto Rubicone. Il fiume esiste ancora, lo sappiamo tutti, ma ogni paese romagnolo se ne vuole appropriare la vicinanza tanto che, per ogni rigolo di acqua che attraversa il nostro territorio, ci sono leggende che quello sia il vero Rubicone per quel fenomeno di sburonaggine tipica del nostro popolo che fu, per il quale ogni cosa viene ampliata all’ennesima potenza. Vissuto il declino dell’impero romano la Romagna fu contesa tra Bizantini, Franchi e Longobardi che regalarono la Romagna allo Stato Pontificio. E con il papa, pur non amandolo, ci siamo rimasti fino all’unità d’Italia quando un plebiscito ha legittimato il passaggio della Romagna sotto la dominazione dei Savoia. Al che uno si chiederà cosa centra tutto questo con il bar. Bene, centra, e come se centra! La Romagna è sempre stato un luogo di passaggio e quando si è in giro chi non si ferma in un bar per prendere almeno un caffè? E così i bar sono proliferati. Poi quando la popolazione si è un po’ stabilizzata, c’erano due luoghi che attiravano persone: il bar e la chiesa. In chiesa ci dovevi andare per forza, comandava il papa, non potevi esimerti, ma dove il romagnolo riusciva ad essere veramente se stesso e a dare il meglio di sé era certamente il bar. Non so se avete notato ma di solito nelle piazze della Romagna c’è da una parte la chiesa e dall’altra parte il bar: logistica azzeccatissima tanto che la domenica mattina tutta la famiglia partiva per andare alla messa ed inevitabilmente donne e bambini andavano in chiesa e gli uomini al bar. Alla fine della funzione ci si ritrovava insieme in piazza pronti per il rientro a casa dove si era lasciata intanto la pentola del brodo a bollire pronto da scolare per buttarci giù i cappelletti. E nei bar si sono formate le storie che andrò a raccontare.
L’uomo la sera era ufficialmente al bar. Tornava dal lavoro, si lavava, mangiava e andava di filata al bar. Le povere donne si ritrovavano a casa a sparecchiare, a lavare i piatti e ad accudire ai bambini ma l’uomo era al bar. E qui c’erano dei riti da rispettare. Il primo era il saluto al barista, che praticamente sapeva tutto di tutti visto che tutti passavano di lì, al quale veniva chiesto di preparare un caffè il quale non era mai liscio perché il romagnolo doc era persona che quando c’era da bere beveva. Non aveva problemi di stomaco o di linea, da gran lavoratore qual era tutto quello che assimilava lo consumava e di certo non gli dava fastidio un po’ di grappa nel caffè o 3 o 4 bicchieri di vino a pasto. Per non parlare di quello che si mangiava, c’era solo da provare a dirgli che per cena c’era un’insalatona per star leggeri per vedere che fine facesse quel piatto. La carnaccia non poteva mai mancare e non si sta parlando della fettina di pollo alla griglia ma di salsicce, braciole, coste, pancetta e castrato. E per accompagnare un po’ di piadina era d’obbligo tanto che molte donne la dovevano preparare tutte le sere.
Preso il caffè era la volta del maraffone. I tavoli dove si giocava erano riconoscibilissimi perché oltre ai quattro della partita c’era sempre un po’ di pubblico e le presenze erano proporzionate alla qualità dei giocatori. Quando scendevano in campo i numero uno c’erano quattro spettatori seduti sulla sedia in ogni spigolo del tavolo, altri cominciavano ad utilizzare gli sgabelli e ad assieparsi dietro e poi c’era sempre lo spettatore alternato che girava tra i tavoli per capire qual era la partita principale e, identificatala, si appostava in piedi dietro a tutti. C’era poi sempre quello tra il pubblico che si riforniva di anime, ceci e lupini e iniziava a sgranocchiarle facendo montagne di gusci sotto la propria sedia. Capitava spesso che qualche anima non si pulisse bene subito e che quindi chi stava davanti si beccasse gli sputacchi dei gusci sulla testa i quali a volte arrivavano fino al tavolo da gioco. Il maraffoneta di professione dimostrava sempre una certa spavalderia al tavolo, quello più bravo era quello che bleffava continuamente in modo che tutti gli altri non capissero mai com’era il gioco, perché nella maraffa ci sono certe regole da rispettare (con 3 briscole non si esce ma con quattro sì, se sul tre del compagno si dà una liscia allora si bussa, ecc., ecc.), ma chi riusciva ad andare in deroga a queste regole e a ingannare tutti gli altri era il campione. C’era cioè la differenza che c’è oggi nel calcio tra chi fa il compitino previsto dal ruolo e l’artista, cioè il numero 10. L’apoteosi però arrivava alla fine di ogni mano quando il pubblico poteva parlare. Allora partivano gli insulti ai quattro giocatori per avere giocato in un modo invece che in un altro, additandogli errori grossolani che erano costati diversi punti. Il pubblico però vedeva anche le carte dell’avversario e così non appena veniva giocata l’ultima carta dall’ultimo giocatore si scatenava la bagarre. Uno del pubblico cominciava: perché non ci hai messo l’asso che prendeva il tuo compagno col tre? – il giocatore si arrabbiava: come facevo a sapere che il tre ce l’aveva lui? – e quindi tutti dal pubblico replicavano all’unisono – ma chi lo doveva avere il tre? – e la disputa andava avanti per minuti fino a quando il giocatore diceva – da fuori siete tutti professori, venite voi a giocare se siete buoni ! – e zittiva tutti perché chi faceva il pubblico era pubblico sempre e lo vedevi seduto al tavolo a giocare solo verso le 6 di sera, quando al bar ancora non c’era quasi nessuno, perché la maraffa era solo per i più coraggiosi. Alla fine della partita chi vinceva si aggiudicava la bevuta gratis, infatti appena iniziava la partita si chiamava il barista per ordinare qualcosa e si segnava perché il bar era un posto dove il denaro non circolava, si andava sulla fiducia. Il barista aveva un libretto per ogni frequentatore e ogni tanto ci si trovava per fare i conti ma non succedeva mai che qualche cliente non pagasse. Perché il romagnolo doc magari non è molto facoltoso ma quando c’è da pagare e offrire al bar non si fa ridere dietro e paga. Quante volte si sono viste scene di quelle in cui volevano pagare tutti e nessuno si voleva tirare indietro per farsi offrire la bevuta ma alla fine il più veloce allungava i soldi al barista (o diceva di segnare sul suo conto) e l’altro che voleva pagare infilava i soldi in tasca a quello che aveva pagato. E questi tira e molla a volte duravano minuti e minuti fino a quando qualcuno non si arrendeva dicendo allora at ringrazi, a buon rendere. E il buon rendere era veramente così perché la volta successiva avrebbe pagato sicuramente lui non prima però di aver perso altri 5 minuti ad insistere per pagare e a rifilarsi i soldi da una tasca all’altra fino a quando si faceva ricordare chi aveva pagato l’ultima volta e a chi toccasse.
Altro luogo del bar era la sala della scala 40. Molto meno frequentato rispetto al maraffone anche questo gioco aveva però i suoi sostenitori. Una partita di scala 40 aveva durate siderali e la sala dopo un po’ di tempo era invasa da una nuvola di fumo tanto che i giocatori si facevano fatica a distinguere. E in questi tavoli si giocava a soldi: c’era un meccanismo molto articolato di conteggio dei punti che permetteva, a chi vincesse la partita, di portarsi a casa in una sera fino a 50 mila lire, la mitica carta rossa con Gian Lorenzo Bernini.
L’ultima sala era quella del biliardo e il biliardo in Romagna ha sempre significato Boccette. Le biglie cioè venivano lanciate con le mani e non con la stecca in un gioco che è un misto tra il biliardo all’italiana e le bocce. Ogni bar aveva la sua squadra, la competizione non doveva mai mancare, e c’erano diversi tornei di boccette ai quali si partecipava. C’era quello bravo ad andare a punto e quello che sapeva bocciare ma chi riusciva a giocare dando l’effetto alle biglie era considerato il leader della squadra. Di solito la stanza dei biliardi aveva in un angolo i videogiochi così i biliardisti di turno si ritrovavano a giocare nella stessa stanza con i ragazzini del posto e spesso i primi venivano presi come modello da imitare. I videogiochi, lo sappiamo, non erano quelli di oggi: d’obbligo era il flipper con il quale il ragazzino iniziava a provare i primi movimenti pelvici che un domani gli sarebbero tornati utili, poi, proprio come cosa avveniristica, c’erano Space Invaders o Tetris. Anche il ragazzino era un personaggio pittoresco nel bar: c’era spesso, non si sa come facesse a studiare, e soprattutto aveva la Vespa, il famoso cinquantino. In realtà il nome cinquantino era solo per dire perché nessuna Vespa aveva quella cilindrata. Cioè, veniva comprata dalla Piaggio che era un cinquanta, poi iniziavano le modifiche: rettifica dei cilindri per portare la cilindrata almeno a 65cc, marmitta Proma per far sentire a tutti il passaggio, filettature adesive per decorare la carrozzeria, portapacchi posteriore e soprattutto sella Yankee. Questo era l’accessorio più importante perché permetteva di caricare le ragazze e quindi non si poteva non averlo. Il parabrezza era antiestetico e quindi anche se era inverno si pativa il freddo. Era tollerata quella che veniva chiamata la mascherina sul fanale davanti che, in caso di competizione con un'altra Vespa, serviva a nascondersi dietro, senza vedere la strada, per creare quell’effetto aerodinamico che aumentava la possibilità di vittoria. Per la ragazzina invece era di moda il Ciao, un motorino talmente essenziale che se visto in lontananza poteva essere disegnato come un linea verticale su una strada. Aveva i pedali ma i piedi venivano tenuti tassativamente su un piccolo appoggio in plastica nel mezzo rendendone la figura che ci stava sopra ancora più sottile. Meno soggetto ad elaborazione rispetto alla Vespa (alle ragazze non interessava la velocità) difficilmente poteva toccare punte oltre i 40Km/h. I tempi, anche per piccoli spostamenti, si dilatavano tanto che è capitato di percorrere un lungo tratto con il sole in faccia partendo bianchi in viso ed arrivare abbronzati se non bruciati. Come via di mezzo tra la Vespa e il Ciao c’era il College detto anche Prototipo: un motorino come forma più vicino al Ciao ma a marce come la Vespa però con il cambio a pedale invece che a mano e un marmittone esterno che era normale toccare e di conseguenza ustionarsi. Veniva normalmente elaborato, dotato di sella lunga e, nelle versioni più azzardate, veniva piegato il manubrio con la fiamma ossidrica in modo che diventasse talmente stretto da renderlo aerodinamico al massimo ma impossibile da guidare.

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