Di mese in mese, credo che il mio gioco si stia facendo sempre più scoperto: se sotto le parole si nascondono le armi che ci minacciano, non ci resta che prendere le parole, disarmarle e armarci a nostra volta.
La mia proposta vi parrà sconcertante e forse anche un po' fuori tema, rispetto ai consueti appunti di carattere linguistico della mia rubrica, ma cercherò di far tornare tutti i conti e di mostrarvi come questo titolo sia conseguente al mio ragionamento.

Nell'attuale selva della lingua di italiana di comunicazione (giornalistica, anche etimologicamente), è consuetudine fare ricorso alla categoria dei “giovani”.
“Giovane” non è più aggettivo che definisce con innocuità anagrafica l'età che precede la maturità di una persona, ma sostantivo plurale, contenitore collettivizzante. Questo termine, come ogni contenitore, è vuoto e si presta a dare la propria forma a ciò che contiene, specialmente se questo contenuto è la massa fluida di tutti coloro che hanno tra i sedici e i trenta/entacinquarantanni...

L'estensione della definizione a un'età sempre più alta è solo una meschina lusinga destinata a coloro che si ostinano a rientrarci a tutti i costi, anche quando la comparsa delle prime rughe smentisca (talvolta ridicolmente) una simile attribuzione. Meschina perché con “giovani” s'intendono, sottilmente, coloro che ancora non sono considerati in grado di gestire un potere reale.
Il giovane, stando tra l'adolescenza e la maturità, è cioè colui che non è ancora maturo: il pre-maturo, l'im-maturo. (È questa posticipazione della maturità che, suppongo, rende lecito l'aumento indiscriminato dell'età per la pensione, ma su questo tornerò dopo).

La verità è che, finché continueremo a rivendicare spazio per i “giovani” - a invocare “largo ai giovani” -, questo spazio ci sarà anche, ma non sarà mai vero potere: lo stiamo negando con le nostre stesse parole. Quello che noi dovremmo volere è smettere di essere giovani, diventare maturi più presto. Smettiamo di essere giovani: torniamo ad avere venticinque, trentadue, diciannove anni. Ad ognuno la propria età: non categorie, ma persone.
La naturale conseguenza di questo ristabilimento dell'età reale sarebbe di concedere alla tarda maturità di ritornare, serenamente, placidamente, anzianità. O meglio, senza etichette, concederebbe di portare con soddisfazione i propri cinquantanove, settantatré, sessantasei anni, ritirandosi senza rancori, com'è giusto che sia.

Partiti politici, sciogliete le federazioni giovanili, i gruppi dei giovani, i portavoce dei giovani. Prendete tra le vostre fila persone di giovane età, singolarmente, una per una. Non infilatele in un contenitore informe e senza fondo. Non abbandonate i ventenni come bambini nella vasca delle palline, mentre voi prendete le misure dei mobili dell'IKEA, fate i conti e gli progettate la cameretta (senza porte, ovviamente).
Trentenni, smettete di essere giovani, smettete di considerarvi giovani. Da subito, da ora. Ricordatevi sempre che quando sentite parlare dei giovani, vi stanno parlando degli immaturi, e che anche questa è un'arma subdola per difendere lo status quo.

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In alternativa, se le cose dovessero restare come sono, la mia proposta modestissima è la seguente: ribaltiamo il sistema pensionistico (così vi do ragione del mio titolo).
Se è vero che i giovani non sono in grado di governare e che il potere deve rimanere saldamente in mano a chi ha almeno sessant'anni, allora concedeteci subito almeno dieci anni di pensione, tra i 25 e i 35 anni. Così potremo comprare la vestaglia di flanella e le pantofole, fare quel viaggio in Normandia, affittare quella casa in campagna che non avremo il tempo di sognare quando saremo finalmente i gerontocrati della prossima generazione.

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