Ivano Marescotti porta in scena La Fondazione l’ultimo testo per il teatro del poeta romagnolo Raffaello Baldini

In una recente intervista a proposito di Raffaello Baldini Ivano Marescotti ha dichiarato: “La sua poesia è immediatamente comprensibile da chiunque, anche se i livelli di comprensione son poi diversi. Come con lo spettacolo: tutti ridono, ma si ride con il magone”.
Ora l’attore romagnolo è riuscito a portare in scena l’ultima opera scritta per il teatro dal poeta di Santarcangelo (scomparso nel 2005), dal titolo La fondazione.
Marescotti che ha dato voce sul palcoscenico a quasi tutti i testi di Baldini (sia le opere per il teatro che le raccolte poetiche), si accinge a inscenare l’ultima piece tratta dai versi in dialetto del poeta romagnolo.
La Fondazione racconta la vicenda di un uomo anziano e solo che si ostina nel conservare ogni cosa, a tal punto da voler costituire una fondazione per conservare le cose di una vita intera.
Il protagonista di questo monologo, infatti, è convinto che le sue cose abbiano un grande valore e in esse egli fa coincidere la sua stessa persona, la sua stessa vita.
In occasione dell’esordio nazionale dello spettacolo all’ Arena del sole di Bologna abbiamo intervistato l’attore romagnolo sull’allestimento de La Fondazione e sul suo rapporto personale con Raffaello Baldini.

Il protagonista de La fondazione è un uomo anziano, che tenta disperatamente di conservare ogni cosa, anche gli oggetti più insignificanti e le cianfrusaglie apparentemente prive di valore.
Che cosa muove il personaggio che porti in scena in questo vano e ostinato tentativo di custodire “tutto”? C’è forse un estremo bisogno di trattenere la vita che sfugge?

Si, come avrai notato nello spettacolo si parla di morte sin dal principio, un poco per riderne sopra. Lo spettacolo prosegue così fino all’ affermazione del protagonista che: le cose non muoiono, ma vivono e devono vivere più di me.
Questo personaggio trasferisce sulle sue cose non tanto le testimonianze della sua vita passata, quanto la sua stessa persona e lo dice: “Queste cose sono io, quando loro butteranno via tutto, butteranno via anche me.”
Tant’e vero che alla fine il protagonista attuerà, come spesso accade nei testi di Baldini un suicidio metaforico buttando via tutte le sue cose, dunque buttando via in maniera figurata anche se stesso.
C’è un libro di Remo Bodei dal titolo “La vita delle cose” (n.d.r. edito da Laterza nel 2010) che è un illuminante introduzione al testo de La Fondazione, perché spiega a livello filosofico ciò che Baldini ha racchiuso nel testo poetico di questo spettacolo.
Il personaggio che porti in scena con la collaborazione del regista Valerio Binasco è vestito all’antica come un nobile decaduto e vive dimenticato da tutti, nella sua vecchia casa, immerso tra le sue cose.
Tu lo hai definito nelle interviste un penultimo della società, nemmeno un ultimo. Puoi spiegarci meglio questa definizione e come avete caratterizzato l’unico personaggio in scena di questo spettacolo?

Questa definizione del protagonista l’ha data il regista stesso, Valerio Binasco.
Il protagonista de La Fondazione, dunque, non ha nemmeno la soddisfazione della maglia nera della società come i barboni.
Lui è un dimenticato da tutti, un decaduto perché si veste in maniera distinta, ma indossa un abito vecchio di trent’anni e per questo viene anche preso in giro da tutti.
In questo spettacolo abbiamo provato a creare un protagonista diverso da quelli tipicamente baldiniani. Non più ,cioè, sulla falsariga dei precedenti lavori, un chiaccherone logorroico, che finiva per parlarsi addosso.
Il protagonista de La Fondazione , infatti, vorrebbe dire, ma si frena, sta per esplodere, ma reprime se stesso fino a contraddire il proprio sentimento; non ha coscienza del proprio stato a tal punto che vorrebbe chiedere di istituire una fondazione per le sue cianfrusaglie!
Raffaello Baldini si serviva spesso di questa tecnica: prendere dei casi normali con dei piccoli particolari e esasperarli fino a trasformarli personaggi radicali, nel quale ognuno riconosce qualcosa di sé come in uno specchio.

Riguardo al testo de La fondazione, lo scrittore Paolo Nori, nel corso di un dialogo pubblico con te, ha parlato di un’italianizzazione del testo di Baldini.
Com’è stato riadattato il testo per portarlo in scena? Come avete fatto a volgerlo in italiano pur mantenendone la forza, la freschezza e la ricchezza espressiva del dialetto?

Il testo è stato rielaborato parecchio, con aggiustamenti volti a sfoltirlo, perché altrimenti il monologo rischiava di durare più di due ore e sarebbe stato troppo lungo e difficile da seguire per il pubblico.
A livello linguistico la decisione è stata quella non utilizzare la traduzione fatta da Giuseppe Bellosi per il testo edito da Einaudi, ma di utilizzare una mia traduzione che partiva da una prima trasposizione nel mio dialetto nativo (n.d.r. Marescotti è originario di BagnaCavallo in provincia di Ravenna) e da una seconda in italiano.
L’italiano che abbiamo deciso di utilizzare è contraddistinto da molte forme dialettali, come modi di dire, modi di fare, un’articolazione particolare, con una cadenza e una dizione che è pessima. Insomma questo spettacolo non è certo un esercizio di bella calligrafia, perchè il personaggio parla e pensa in dialetto essendo un nativo del dialetto, ma si esprime prevalentemente in italiano. Il protagonista de La Fondazione è un personaggio di dialetto, ma tutte le parti necessarie a comprendere lo svilupparsi della vicenda narrativa sono state trasposte in italiano.
Il testo a livello linguistico si attesta su un doppio registro: l’italiano da una parte e il dialetto dall’altra che si inserisce come un sotto-testo con la funzione di esprimere l’emotività del protagonista.

Nel corso dello spettacolo c’è un utilizzo mirato delle pause.
Il monologo si apre proprio con il protagonista seduto sul divano che resta in silenzio, quasi immerso in un flusso di pensieri.
“L’avete ripensato come un classico, e riempito di silenzio” per dirla con le parole di Paolo Nori. Come avete lavorato su questo rapporto tra parola e pausa nel costruire lo spettacolo?

Il regista mi ha imposto un Baldini “ulteriore”. Un personaggio che continua a parlare anche nelle pause. Un personaggio che parla da solo e poi si rivolge soprattutto alle sue cose, facendole presenti al pubblico. L’indicazione del regista è stata proprio quella di amare le proprie cose, di custodirle come fossero cuccioli. A livello teatrale abbiamo fatto una scelta di massimo livello, perché crea tutto l’attore.
Il protagonista de La Fondazione, infatti, parla con tutti e con nessuno, perché non c’è nessuno. Egli evoca, per così dire, molte persone della sua vita sulla scena, come la moglie, gli amici, i parenti, ma in realtà è sempre solo e parla con se stesso.

Cambierai qualcosa nel momento in cui presenterai lo spettacolo in Romagna, di fronte a un pubblico composto anche da parlanti nativi del dialetto di Baldini?

Bè, diciamo che posso recitare più tranquillamente le parti in dialetto.
Quando sono fuori dalla Romagna ci sono parti di 7-8 righe in dialetto che non è necessario capire, ma servono innanzitutto a mostrare gli stati emotivi del personaggio, certo se poi capiscono il senso delle espressioni dialettali è ancora meglio!

Un’ultima domanda riguardo ai tuoi progetti futuri.
Questo sarà l’ultimo spettacolo che porterai in scena di Raffaello Baldini o credi che riuscirai a portarne in scena degli altri?

No, credo sarà difficile mettere in scena altri spettacoli di Raffaello Baldini, perché ho portato in scena tutti i suoi lavori per il teatro tranne uno, l’unico che ha scritto in italiano dal titolo In fondo a destra che fece su mia richiesta, ma paradossalmente l’ha messo in scena un altro attore.

Nel mondo antico greco e romano il teatro era considerato dagli spettatori un momento di purificazione e una fonte di educazione.
Credi che nel teatro di oggi possa essere ancora presente questo spirito nell’ andare a vedere uno spettacolo?

Credo che quest’intento derivi più da chi fa teatro, rispetto a chi va a teatro.
La funzione del teatro nell’antichità era quella di evidenziare i pregi e i difetti di una società, di mettere in crisi degli aspetti della vita mostrandone le contraddizioni.
Oggi il livello può essere lo stesso, ma la gente va a teatro per divertirsi e passare due ore piacevoli prima di tutto.
La proposta fatta dal teatrante può far scaturire qualcosa o almeno questo è l’intento.
Se ci riesce o meno questo dipende dalla qualità dello spettacolo proposto.
Certamente il teatro è rimasto, rimane e forse rimarrà sempre l’unica forma d’arte in grado di fare assistere il pubblico ad un evento che avviene qui ed ora e forse è soprattutto per questo che non cesserà mai di esistere.
In fondo per fare teatro bastiamo io e te: un attore e uno spettatore.

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