Note a margine di un paese

Pochi giorni prima del voto, mi sono imbattuto nell'ultima frontiera della politica: il software messo in rete dal quotidiano “La Repubblica” per calcolare il numero di futuri Senatori, sulla base dei voti e delle alleanze previsti, per scoprire se si potesse superare la soglia che garantisse la tanto agognata governabilità – che attualmente latita e non so che ne sarà alla data in cui il mio articolo sarà pubblicato.
L'innocuo (?) giochetto prescindeva dall'ovvietà che il concetto di governabilità (dato il suffisso latino “-bilis”) indica solo la possibilità di compiere l'azione di governo, cioè che l'esito di un'elezione dovrebbe essere la vittoria di un'idea, una gerarchia di valori, non una somma di numeri da fantacalcio.

Eppure mi pare che in molti casi l'idea non ci sia stata. Non che per tutti i partiti sia stato lo stesso (io ho votato, e con ragionevole convinzione), ma per tutti è valso il tentativo più o meno sotterraneo di accaparrarsi i voti sulla base di una separazione “noi” contro “loro”, secondo la più triviale retorica di costruzione del nemico. Mi piace collegare questa bizzarria al fenomeno umorale e tutto italiano del “tifo contro”, tipico del nostro calcio (se poi proviamo a collegare la campagna elettorale con la campagna acquisti invernale, l'analogia si arricchisce di imprevedute e affascinanti sfumature, a buon intenditor...).

Io credo che tutto questo sia causato da una forma di analfabetismo. Una campagna elettorale che si gioca sulla misura dello spot, del tweet, del servizio televisivo, non è il modo giusto di proporsi come governanti di un paese, perché, nonostante internet ci offra miliardi di risorse, la maggior parte degli elettori non ha la capacità, il tempo, né la forza (e neanche la voglia, santo cielo!) di verificare, punto per punto, le tonnellate di panzane che gli propinano. Non sappiamo più leggere la campagna elettorale, sappiamo solo vederla, subirla, non ci accorgiamo nemmeno quando ci dicono quello che vogliamo sentirci dire solo per ammaliarci. Inoltre, questo tipo di scontro costringe anche i meglio intenzionati a combattere su un terreno che non è il loro, perché il tempo necessario a spiegare un progetto è tutto perduto, di fronte a quattro slogan confezionati apposta per soddisfare chi ha ben altro a cui pensare (“La politica? Tanto sono tutti uguali!”). E così ci si ritrova a rincorrere i minuti perduti, improvvisandosi pubblicitari della democrazia, e si perdono voti.
Questo è il motivo per cui un movimento come il 5 Stelle, che ha fatto della vaghezza il suo cavallo di battaglia, è riuscito a indirizzare i sentimenti giustamente ostili di un ceto medio inviperito verso la classe politica. La pretesa di elevarsi sopra ogni definizione (destra/sinistra per esempio) rivela la netta mancanza di un vero progetto: non basta dire che cosa si vuol fare, ma bisogna volerlo fare perché è giusto, e spiegarlo. Bisogna dare alle proposte forma e contenuto, coltivare la sana arte della distinzione. La politica democratica è costruzione, non solo distruzione (per quello ci sono le rivoluzioni, ma bisogna farle armati e prendersi la responsabilità di uccidere e fare del male, tutte cose che fortunatamente non sono proprie del ceto medio cinquestellino).

Ora che è venuta meno la necessità di argomentare in modo convincente la superiorità dei valori che informano uno schieramento politico, ora che l'unica arma di vittoria democratica è una somma di numeri (i maledetti sondaggi, il più grosso abuso legalizzato di droghe leggere del nostro paese), ora che è lo spettacolo televisivo o la ferocia sul palco a dettare i temi del giorno, ora che la pacatezza serve a mascherare il turbocapitalismo da moderazione, ora che il muro contro muro ha sostituito il dialogo e il confronto, io credo che proprio ora si riveli la mancanza di una alfabetizzazione storica e linguistica seria nel nostro paese. Nel momento in cui la parola diventa strumento di governo, la conoscenza del linguaggio diventa arma di difesa dal pregiudizio e facoltà costruttiva.

Concludo. Nel 1968 il filosofo Giulio Preti pubblicò un libro geniale intitolato “Retorica e logica” nel quale spiegava che i valori non sono assoluti, ma devono essere argomentati, e dai valori scelti liberamente si realizza, nella pratica, una gerarchia tra essi e un progetto di come il mondo dovrebbe essere. In questo sta la necessità del dialogo. La logica e la scienza servono a svelare gli inganni, e a fondare sulla loro verità i nostri giudizi, cioè insegnano a non basarsi su pregiudizi idioti (razzismo, sessismo etc.). Non si possono opporre questi due funzionamenti della ragione umana, non si può separare il modo in cui si compie un'azione dal motivo per cui la si compie, altrimenti manca la direzione.

Per un esercizio igienico intellettuale, provate, alla luce di questo schema elementare a leggere i discorsi della prossima campagna elettorale (questa, purtroppo, è andata): chi si propone di agire prescindendo dai valori, mente ed è inadatto a guidare il paese tanto quanto chi si basa su presunti valori che sono solo banali pregiudizi.
Tirate voi le somme.

Jacopo Galavotti

Le mie note riguardano le modalità di comunicazione, non la bontà o meno delle singole proposte di qualsivoglia partito. Lo preciso per sottolineare che Il Bufalo non rispecchia nessuna appartenenza partitica, e non esclude che tra i suoi redattori le opinioni politiche siano discordanti.

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