Urlare in faccia ai sordi

Era seduto sul divano, gli occhi sbarrati, si rosicchiava le unghie. Era successo. Di nuovo. Un altro uomo ammazzato come un cane, in mezzo alla strada. L’avevano fatto in cinque, anche con spranghe. Lui era morto di stupro all’ospedale, qualche tempo dopo, per gravi lesioni interne, aveva detto la giornalista. Gli era salito il vomito quando l’aveva sentito. Era solo un ragazzino, accidenti. Dopotutto è l’India, là le donne sono più violente. -E’ per via della repressione sessuale!- aveva detto sua moglie. Certo, per carità, ma di ragazze morte ai bordi della strada mica se ne trovavano, solo uomini e la repressione, fino a prova contraria, agiva su entrambi i sessi. Sua figlia, la piccola, giocherellava ai suoi piedi, ignara di tutto. Lei non si sarebbe mai comportata come quelle, continuava a ripetersi. Era teso e infastidito, la televisione riferiva ogni giorno mostruosità di ogni sorta, ma nessuno faceva niente. Loro erano implacabili. Non si limitavano a discriminare gli uomini sul lavoro, togliendogli la dignità, ovvero tutto ciò che avevano, ma picchiavano e stupravano. Uccidevano. Erano forti, facevano tutte degli allenamenti speciali fin da bambine, per essere più muscolose e coraggiose, più sessualmente appetibili. Guardò le sue gambe depilate. Sua moglie era buona, una brava persona, lo rispettava, ma si innervosiva se lui non aveva gambe e chiappe lisce come l’olio, diceva che era un gesto d’amore mostrarsi attraente.
–Lisa, aiuta papà a sparecchiare- disse spegnendo la tivù e cercando di cacciare i brutti pensieri. –Lasciala stare, deve studiare- sentì gridare sua moglie dal bagno. –E allora aiutami tu!- proruppe lui scocciato. La porta del bagno si aprì, lei si stava sistemando i capelli. –Ma io devo andare a lavorare.- Era la sua espressione a offenderlo. Gli aveva parlato come se a lavorare ci andasse solo lei, come se il fatto di crescere i suoi figli e metterli a letto la sera quando lei era in giro con le amiche a fare gli occhioni ai poco di buono, non avesse importanza. Carico di rabbia e di rassegnazione si avviò in cucina e cominciò a rassettare. Cercava di concentrarsi su altro ma non riusciva a togliersi dalla mente le notizie insopportabili di cui aveva parlato quel giornalista inglese nel suo documentario: c’erano paesi in cui gli stupri erano all’ordine del giorno, in cui i padri deturpavano i genitali dei figli piccoli per renderli meno appetitosi alle violentatrici. C’erano paesi in cui ai bambini venivano fatte cose orribili perché soffrissero durante i rapporti sessuali. Le donne erano convinte che gli uomini non meritassero di godere, che era una cosa sporca. Anche la sua religione diceva una cosa simile. A volte era costretto a fingere con sua moglie. Si sentiva in colpa se magari, non dando lui per primo segni di divertimento, lei si spegneva e così fingeva. Anche altri mariti suoi amici lo facevano, le donne non si davano la pena di controllare che l’orgasmo fosse vero o no. L’importante era che l’uomo restasse duro il tempo sufficiente per venire, del dopo non gli importava. A volte lei lo lasciava lì come un salame e lui era costretto a finire da solo mentre lei si faceva la doccia. Ma si amavano. Esattamente come tutte le altre coppie. Quel comportamento era normale. Suo padre era stato trattato ben peggio ai suoi tempi.
L’agitazione cresceva implacabile, così aspettò che la moglie uscisse spazzando e spolverando, poi lasciò la piccola a Lisa e uscì. Si incamminò e percorse parecchi chilometri, spinto dalla frustrazione e dalla rabbia. Stava per farsi buio quando salì su un autobus affollato per tornare a casa con le buste della spesa. Alcune donne lo fissavano senza vergogna, approfittando della ressa una lo palpò scendendo dall’autobus e gli fece un sorrisino sconcio dalla banchina. Si sentì umiliato. Gli veniva da piangere e voleva urlare. Ma rimase zitto, sopportò come schiere di uomini avevano fatto prima di lui. Aveva cercato di spiegare alla moglie, quando ancora erano fidanzati, quanto fosse orribile convivere con la paura di essere messo al muro da altri esseri umani, sporchi e puzzolenti di alcol, spogliato contro la propria volontà e costretto a fare cose, come un oggetto. Si sentiva fragile dentro, ma sapeva di sentirsi così perchè in sé aveva la fragilità e la paura di tutti gli uomini che erano venuti prima, mescolata alla loro stessa forza di sopportare. Alcuni la chiamavano coraggio e caparbietà: secondo lui era indolenza e incapacità di fare squadra. Aveva tentato più volte di mostrarle come le pubblicità, le riviste, i video musicali, i politici e la televisione continuassero a schiacciarlo nel suo ruolo precostituito di servo nella Società delle Libertà. Per quanto lei gli dicesse che loro erano uguali e che avevano pari opportunità nella vita, lui non si arrendeva, parlava a macchinetta in preda all’ansia con l’unico scopo di vedere l’orrore dipinto negli occhi della donna che amava. Solo questo gli avrebbe dato la certezza che lei DAVVERO aveva capito. Lei si arrendeva, sorrideva, diceva di capire e lo baciava. In quei momenti pensava alla frase di una donna famosa che una volta aveva detto “Se proprio ti capita che una ti metta spalle al muro, chiudi gli occhi e cerca di godere.” No, non erano uguali lei e lui, non avevano uguali diritti; c’era quella frase, pesante come un macigno, e mille altre simili a testimoniarlo. Lui aveva una zavorra in più: la paura e la consapevolezza che all’altra faccia della luna andava bene così. Che la sola idea di sapere, in caso di necessità, un uomo più debole, più impaurito, era utile. Per questo sorrideva e le sue simili partorivano frasi tanto offensive. Anche sua moglie era complice. Dopotutto cosa aveva fatto per aiutarlo a uscire da questa sudditanza psicologica, se non consigliargli di non uscire di casa da solo dopo una certa ora?
Colmo di questi amari pensieri scese dall’autobus e s’incamminò verso casa. Era buio, era solo e tranquillo, nel suo quartiere. Da una strada laterale emersero quattro figure di donna. Lo colse la solita ondata di gelo alla schiena. Poteva essere chiunque, anche sua moglie con le amiche, ma se un uomo solo, in strada, quando la notte è calata, incontra un gruppo di donne che schiamazzano e ridono fra loro, ha sempre paura. Capo chino e raso muro, come insegnavano ai ragazzini siciliani le madri prodighe di schiaffi e pater noster, cercò di passare inosservato. Lo videro, erano straniere, conosceva la loro lingua anche se finse di non capire. “Vendicazzo!” dissero, perché nella loro cultura era impensabile che un uomo ardisse a uscire di notte da solo. Camminò a chiappe strette, più veloce che poteva verso casa e sospirò di sollievo appena chiusa la porta dietro di sé. Sua moglie era tornata, lo accolse sorridendo. –Stasera cucino io!- disse –voglio farti un regalo, tu rilassati un po’- Lui sorrise a sua volta, si tolse la giacca, salutò le figlie e si mise al computer. Voleva inviare al giornale locale un articolo. Voleva raccontare una giornata tipo di un uomo invertendo i ruoli con la donna. Sperava che in questo modo le donne per bene avrebbero capito. E magari fatto qualcosa. Insieme agli uomini. La televisione in sottofondo parlava: “ Un altro uomo ucciso dalla moglie a coltellate in casa. Lui voleva lasciarla e portare con sè i bambini.” Lisa urlò alla madre -Ne ammazzano uno ogni tre giorni, la prof dice che è colpa della crisi!- Lui si trattenne dal ribattere, mentre batteva frenetico e rabbioso sui tasti.

Queste parole, tutti i miei pensieri e un paio di coliti vanno a tutte le donne che hanno perso la vita negli ultimi mesi, ma soprattutto alla giovane madre di Bergamo, alla signora di Bologna e a quella di Roma, alle mie coetanee indiane, una ricoverata e una ormai per sempre libera dalle ferite troppo gravi e orribili infertele.
Uomini che “dite” di amare le donne, smettetela di stare a guardare in silenzio la vostra cultura che ci uccide.

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