Seconda puntata.

 

Torniamo al bar e vediamo di ripercorrere la vita del romagnolo doc, nei vari periodi dell’anno.

L’inverno era il periodo dei tornei di maraffa dove i premi erano costituiti da un prosciutto, da mezzo maiale o da quattro capponi. Tutti premi in natura, comunque. C’era una piccola parentesi alla maraffa nel periodo di Natale quando nel bar si faceva la tombola, unico momento in cui anche le donne e i bambini erano ammessi. Era il modo per il barista di rimpinguare i guadagni perché quanto veniva guadagnato da coloro che vincevano doveva essere speso all’interno del bar, che in quel periodo si riempiva di panettoni, bottiglie di spumante, cesti natalizi tanto da essere più fornito di un supermercato.

La primavera era il periodo dello sport. La podistica organizzata dal gruppo sportivo del luogo non poteva essere disertata e, anche se non allenati, la facevano tutti. Con tenute inverosimili e scarpe non adatte (nessuno aveva in casa sua un paio di scarpe da running, si usavano quelle da lavoro antinfortunistiche magari, con la punta di acciaio) si riconoscevano benissimo nel gruppo i corridori locali da quelli professionisti venuti alla podistica da altri luoghi per vincere il monte premi, che anche in questo caso era composto da beni in natura.

La bicicletta invece diventava l’uscita settimanale per antonomasia: ogni domenica mattina presto ci si trovava al bar, si prendeva un caffè e si partiva alla volta delle colline romagnole. Più attrezzati, perché il bar forniva loro la divisa, i ciclisti si inoltravano verso imprese epiche con biciclette del tutto improbabili. Chi era messo meglio aveva la bicicletta comprata già da corsa, ma quasi tutti avevano biciclette da passeggio, acquistate dal ferro vecchio e trasformate in bici da corsa negli anni con non pochi sacrifici. Si iniziava col togliere i parafanghi, con il sostituire il manubrio, con il cambiare i pedali per metterci quelli con le cinghie per tenere ben fermo il piede. Questa ultima modifica obbligava il ciclista ad un'altra spesa: quella dello scarpino che era solo nero, con i lacci e il cuoio bucarellato per lasciare respirare il piede. Nelle versioni più avveniristiche alla bicicletta veniva sostituito anche il cambio introducendo due moltipliche anteriori e cinque cambi posteriori per avere in totale la bellezza di dieci rapporti diversi. Questo però era un optional solo per pochi: i più avevano tre cambi dietro senza nessuna moltiplica anteriore, ma riuscivano in delle imprese che avevano dell’incredibile. C’era chi in una giornata con una bicicletta di questo tipo era andato dal mare ai Mandrioli e ritorno senza mai fermarsi, chi al Muraglione, chi in Carpegna e così via. Senza niente da mangiare e senza borraccia si partiva e si andava, senza paura di una crisi di fame o di non farcela. Insomma c’era un sacco di campioni inespressi ai quali il duro lavoro aveva impedito una carriera indiscussa tra i ciclisti professionisti. Si narra che uno di questi campioni incompresi una volta si trovò a pedalare tranquillo con la sua bicicletta stile catenaccio (questo era il nome dato a mezzi di quel tipo) nella strada dove doveva passare il giro d’Italia. Superato dal gruppo questi non se la poteva prendere e così iniziò a pedalare più forte fino a quando non riuscì a risuperare tutto il gruppo e a staccarlo a sua volta tanto che creò un tale scompiglio presso i corridori professionisti che non riuscivano a raggiungerlo che l’organizzazione si trovò costretta a fermarlo. Per una ventina di km però c’era stato un uomo solo, sconosciuto, al comando. I ciclisti più scarsi invece, detti in gergo garnadoni, si rifacevano alle mangiate quando, una volta serviti, invece del consueto Buon appetito partiva da loro la classica frase: alè burdel, a que u nun staca nisun.

Poi c’era la partita di calcio scapoli contro ammogliati. Tra questi c’erano pochi giocatori abituali e quasi tutti improvvisati. C’erano poi quelli che per le mogli erano giocatori, ma in realtà invece di andare agli allenamenti andavano al bar. La difficoltà di quelli che usavano il calcio come copertura era quella di trovare tutte le sere una pozzanghera dove sporcare e bagnare i panni per non destare sospetti nella propria moglie. Tornando alla partita scapoli-ammogliati, ovviamente le divise venivano offerte dal bar, ma erano quelle della partita precedente che nessuno aveva mai lavato così uno poteva sentire tutto il sudore di quello che l’aveva indossata in precedenza impregnata ben bene da giorni e giorni di presenza in magazzino. Le partite erano inguardabili, non c’era centrocampo ma solo attacco e difesa e cioè il difensore recuperava palla e lanciava avanti per l’attaccante che, o andava in goal, o perdeva palla a favore dell’altro difensore che recuperava palla e rilanciava a sua volta in avanti. Erano comunque due ore che trascorrevano via veloci e venivano seguite da una doccia e dalla classica mangiata tipica romagnola fatta di tris di primi e carnaccia. E da bere solo Sangiovese, altro che Gatorade.

Arrivava l’estate e il bar si svuotava, cioè anche qui, come i falsi giocatori di calcio, l’uomo era ufficialmente al bar, ma in realtà lo trovavi giù al mare. Per i più giovani c’era il luna park dove pavoneggiare la propria mascolinità alle fanciulle di turno. L’autoscontro era terreno di imbrocco per eccellenza: il giovane romagnolo doc non stava dentro all’abitacolo ma seduto sullo schienale con una mano sul volante e l’altra sul tubo che serviva al veicolo per prendere corrente. Avvistando una macchina con due ragazze ci si avvicinava e nel momento opportuno si andava allo scontro il quale veniva enfatizzato dal movimento pelvico (sempre quello) che rendeva lo schianto ancora più fragoroso: più si sbatteva forte e più maschi si era. Poi c’erano il pungiball e il calci in culo: entrambi servivano a dimostrare la virilità del ragazzo. Il calci in culo poteva essere utilizzato con l’amico di turno, organizzandosi per prendere la coda del coyote appesa oppure per cercare di farla prendere alla ragazza del seggiolino davanti. Se ci riusciva, era un buon passo per concludere bene la serata. Ma il gioco in cui il ragazzo romagnolo doc dava il meglio di sé era il tagadà: già era un’impresa starci seduto per più di un giro ma la sfida più grande era quella di riuscire a domarlo standoci in piedi. Si vedevano questi ragazzi che alzarsi e stagliarsi imponenti con l’espressione dell’imperatore romano in parata sui fori imperiali. E chi resisteva fino in fondo era il predestinato al quale nessuna fanciulla poteva resistere.

Il romagnolo doc adulto invece puntava alla balera. Non prima, però, di essere passato dal bar per raccontare le avventure della sera prima a tutti gli amici. E poi ufficialmente per la moglie era al bar, per cui dal bar era bene che ci passasse così nessuno avrebbe potuto dire di non averlo visto. Statisticamente la percentuale di conquiste era ad un livello talmente alto da renderlo impossibile ma nessuno osava mettere in dubbio la parola dell’altro perché la sera dopo poteva toccare a lui far credere agli altri le proprie avventure. Il maschio d’estate si trasformava: la camicia squadrettata di flanella che si indossava in inverno veniva sostituita con quella nera, lasciata abbondantemente aperta con l’ultimo bottone abbottonato all’ombelico lasciando ben evidente il catenone d’oro che penzolava al collo. Il pantalone da caccia dell’inverno veniva sostituito con quello bianco, attillatissimo in alto per evidenziare il pacco (come optional si utilizzava un po’ di carta igienica accartocciata che opportunamente sistemata dava la consistenza giusta al tutto) e a zampa di elefante in basso. E come scarpa non poteva mancare lo stivaletto nero a punta con la cerniera di fianco e il tacco interno per sembrare più alti. Per quelli un po’ calvi, e a quell’età di gente con tanti capelli ce n’era poca, si usava il riportone. Quando cioè tutti gli sforzi fatti durante l’inverno per far crescere due peli sopra la testa venivano finalmente ricompensati e con un po’ di brillantina e pazienza si riusciva a ricoprire quasi tutto il cuoio capelluto ormai glabro. Per chi non riusciva nemmeno a coprire con il riportone c’era sempre il buon vecchio parrucchino. In ogni caso comunque il capello non poteva essere bianco, ma nemmeno brizzolato per cui ci si avventurava in assurde tinte castane che con la luce del sole sembravano di un improbabile color carota.

 

(continua nel prossimo numero)

 

Lorenzo Sforzini

 

Chiacchierata con Simone Bruscia, parlando di Assalti al Cuore e Riccione Teatro

 

 

A novembre ci sarà il 52° Premio Riccione, premio tra i più prestigiosi per la drammaturgia italiana. Nel 2013 non c'è stata quella che avrebbe dovuto essere la 9^ edizione del festival di musica e letteratura Assalti al cuore. Dietro a queste due realtà così diverse, l'impronta del riminese Simone Bruscia. Preoccupati per questo anno di silenzio di Assalti, lo abbiamo incontrato a Villa Lodi Fè per farci raccontare dubbi, progetti, sensazioni e ricordi. Un'intervista all'insegna dell'incontro delle arti, con uno dei protagonisti del panorama culturale riminese di questi ultimi anni.

 

Partiamo dai fondamentali, per i nostri lettori che non lo conoscono: che cos'è “Assalti al cuore”?

 

Assalti al cuore, per utilizzare una definizione nata negli anni sessanta, nasce come un'“opera aperta”: “opera” perché dietro al pretesto di essere un festival, è soprattutto un progetto, un laboratorio, un'officina che ha fatto ricerca; “aperta” perché anche nascendo come festival di musica e letteratura ha cercato di superare il concetto di reading o di concerto per aprirsi alle interferenze tra tutti i codici artistici. Da subito si è posto l'obiettivo di aprirsi alle varie forme d'arte.

L'atteggiamento era innovativo: in una città come Rimini nel 2004 c'era un certo immobilismo, non c'era la capacità di pensare un modello davvero diverso.


 

Però con Rimini avete fatto grandi cose, anche coinvolgendo artisti locali a partire da Elio Pagliarani. Diciamo che avete cercato il nuovo, però non avete snobbato quello che c'era di buono.

 

Purtroppo i riminesi spesso sono i primi a non ricordarsi di Elio. Comunque sia, tutti i nostri autori, i nostri artisti che nascono qui, nel nostro territorio, cercano le loro possibilità di crescita rapportandosi con esperienze internazionali. Con Assalti, abbiamo cercato di creare possibilità di incontro e opportunità uniche. Nascono così progetti in cui interagiscono artisti locali con artisti della scena nazionale, come l'incontro tra Alda Merini e Dany Greggio, il reading-concerto con Massimo Zamboni e Daniele Maggioli. Mi piace ricordare i Non Voglio Che Clara che, con la loro musica indie, hanno sonorizzato il compleanno degli 80 anni di Elio Pagliarani, con Walter Pedullà, in un incontro quasi impensabile tra poesia e musica.

Molto dobbiamo a Mauro Ermanno Giovanardi, che è stato il nostro direttore nei primi due anni di festival e ha consentito di costruire questo modello.

Sul fronte della letteratura abbiamo anche cercato di promuovere la riscoperta di alcuni poeti, come Vittorio Reta, giovane poeta genovese morto suicida, che nel 1976 ha scritto un capolavoro d'avanguardia come Visas, in un'epoca dove la poesia di canone era quella rifugiata nell'ermetismo di Cucchi e De Angelis. Noi lo abbiamo interpretato con un intervento musicale di Stefano Scodanibbio, grande musicista purtroppo da poco scomparso, e l'artista riminese Isabella Bordoni. E ancora abbiamo ricordato Beppe Salvia con Marco Lodoli e i Virginiana Miller.

 

Nelle ultime edizioni vi siete rapportati con “La Notte Rosa”, un emblema del turismo della riviera. Come è stato l'incontro tra la vostra proposta, così mirata, e quella, diciamo così, generalista di questo grande evento. Sono due cose molto diverse, no? Magari un trampolino di lancio ma anche un rischio.

 

Io credo che sia stato quello che dovrebbe essere un progetto culturale serio, in un luogo come la nostra riviera. Assalti al cuore dentro La notte rosa ha bilanciato il binomio cultura-turismo, coniugando una proposta colta con la necessità di riservarla a un pubblico il più possibile ampio.

Abbiamo retto il colpo operando scelte senza compromessi al ribasso. Il pubblico è cresciuto, anche se, per esigenze di budget, ci siamo concentrati su due soli giorni di eventi, e non più su una settimana come agli inizi. Però siamo riusciti a costuire delle proposte uniche, come il lavoro su Ennio Flaiano, che abbiamo incrociato con gli Afterhours e con il grande Enrico Vaime: un cortocircuito meraviglioso. Ho ancora impresse le lacrime di Manuel Agnelli commosso davanti a una platea nuova, diversa da quella che solitamente frequenta i concerti degli Afterhours, un pubblico anche di una certa età, colto, interessato proprio alla figura di  Flaiano.

Assalti ha lavorato su un nuovo immaginario di riviera. Senza patetismi, ma attraversando grandi autori: Federico Fellini, Fabrizio De André, Pier Vittorio Tondelli, Valerio Zurlini. Immaginari di cinema, letteratura, musica, arte: utilizzando questi grandi cronisti delle nostre terre, abbiamo cercato di rinnovarli, masticarli, riarrangiarli, per dare voce ai luoghi di Rimini. Per esempio alla Corte degli Agostiniani con un testo di Fabio Fiori, l'artista Claudio Ballestracci, il flautista Fabio Mina, il musicista Markus Stockhausen abbiamo costruito un concerto omaggio alla memoria storica della corderia di Viserba.

 

Grande amore quindi per la terra, la riviera, i suoi luoghi. E oggi? Che cosa è mancato per poter mandare avanti questo progetto? Non si è creata la giusta sinergia tra voi e le istituzioni coinvolte?

 

In tutti questi anni non abbiamo mai voluto forzare il progetto all'interno delle istituzioni, è sempre stato accolto con entusiasmo, ci hanno sempre creduto.

Probabilmente quest'anno c'è stato un concorso di cause, le tempistiche di lavoro non si sono incrociate tra noi e il Comune di Rimini.

 

Quindi questa è una pausa, un anno sabbatico?

 

Intanto posso dire che è importante che ci sia un ricambio nell'organizzazione. Assalti al Cuore è nato quando noi avevavmo 25 anni, oggi ne abbiamo 35, sono cambiate molte cose.

Voglio dirlo ai lettori del Bufalo: siamo un'associazione aperta, con un grande patrimonio di contatti costruito nel corso degli anni. Assalti è l'unico progetto di riferimento sulla letteratura nel territorio: Da Sanguineti a Pagliarani, a Benni, De Luca, Lodoli, il nostro Marco Missiroli: persona nuove devono farlo proprio e pensare coi nuovi amministratori il modo di farlo rifiorire.

Però non ci siamo fermati, abbiamo continuato a proporre piccoli appuntamenti “off”, come un incontro sulla critica letteraria, e allo Scalone vanvitelliano di Pesaro una mostra di Bertrand Sallé, artista francese nato con Assalti, che espone tutte le sue opere.

A settembre poi saremo a Parigi per curare il primo tour internazionale di Daniele Maggioli, con diverse date tra Francia e Belgio.

 

Tu sei anche direttore del Premio Riccione per il Teatro. A novembre ci sarà l'edizione 2013: ti rubo gli ultimi minuti per chiederti di anticiparci qualcosa.

 

Una dedica speciale andrà a Elio Pagliarani, che è scomparso lo scorso anno. Pochi mesi dopo la sua morte, con Teo Theardo e Sonia Bergamasco, abbiamo voluto omaggiarlo leggendo La ragazza carla.

A breve, la casa editrice Marsilio pubblicherà tutto il teatro di Elio Pagliarani e il volume verrà lanciato appositamente per il Premio Riccione, presentato con nomi importanti all'interno del Premio, sabato 2 novembre. Nel libro di cronache teatrali Il fiato dello spettatore c'è una citazione: “solo quando un buon letterato rovescia il gioco e alla tecnica arriva dall'interno della fantasia, solo allora trionfano in palcoscenico delle forme nuove”. Ecco, Dall'interno della fantasia è il titolo di questa edizione, ed è un titolo di Elio.

Poi, domenica 3 novembre ci sarà la premiazione al Palacongressi, e sarà una premiazione elegante come si conviene al premio di drammaturgia più importante d'Italia. Posso anticipare che questa edizione sancisce un'apertura verso la letteratura: c'è un nuovo giurato, lo scrittore Emanuele Trevi e hanno partecipato, tra gli altri, con un loro copione anche due grandi scrittori come Tiziano Scarpa e Edoardo Albinati. Un ritorno alla letteratura che è anche un ritorno alle origini del premio. E sempre parlando della storia del premio ci sarà una dedica inedita a Tondelli, in cui mostreremo le immagini dello scrittore a Riccione. Il secondo omaggio, doveroso, andrà al grande critico Franco Quadri. E poi ci sarà la partecipazione, attiva e performativa dei nostri giurati, ma su questo non anticipo altro.

 

Jacopo Galavotti

 

Intervista al poeta e giornalista Ennio Cavalli sul suo prossimo libro, Tonino Guerra e il premio Nobel

 

La poesia di Ennio Cavalli naviga al largo dalle rigide etichette formali, dalle visioni auliche della poesia o da sperimentalismi sterili e fine a se stessi, come testimoniano queste parole, estratte dal saggio Il poeta è un camionista: “Sembra sempre che, per scrivere o per mettersi a leggere, debba esserci chissà quale atmosfera. Magari, mentre aspetti l’atmosfera, ti passa la voglia. […] Ogni volta che la parola poesia sembra ardua, ingombrante, noiosa, svagata, o se ricorda troppo da vicino l’aggettivo lirico, coi suoi fumi stordenti, allora conviene passare all’espressione cosa poetica”. I versi dell’autore forlivese dimostrano di avere grande fiducia nella capacità della parola di essere al tempo stesso strumento di comunicazione e di espressione. La parola poetica, infatti, tenta di dare corpo a esperienze indicibili come il caos, il disagio, l’alienazione e l’inappartenenza evocandole attraverso immagini o percezioni, senza mai nominarle in maniera esplicita.

In questo senso lo sguardo della poesia di Cavalli mira proprio a tratteggiare senza etichettare l’esperienza umana, nel tentativo di esprimere qualcosa di straordinario a partire da un’esperienza ordinaria e giornaliera. Non a caso, l’esordio in versi di Ennio Cavalli è intitolato L’infinito quotidiano (1973), a testimonianza di una ricerca poetica che parte dal basso, nel tentativo di rintracciare e di fermare in una cosa poetica l’essenza della vita, il suo nucleo, la sua forma primaria. La seconda raccolta è Naja Tripudians (1976) dopo la quale inizia una carriera da scrittore a tutto tondo, in equilibrio tra verso e prosa: narrativa per ragazzi, romanzi e saggi. Nel corso degli anni le sue opere hanno ricevuto numerosi riconoscimenti: ha vinto il premio Viareggio-Rèpaci, sezione poesia, con Libro grosso (2009)ed è stato finalista al Campiello con il romanzo Quattro errori di Dio (2005).

Lo abbiamo intervistato per parlare del suo nuovo libro, La cosa poetica, in uscita nel 2014 per Archinto, e soprattutto per ricordare due grandi poeti della tradizione romagnola, recentemente scomparsi, Tonino Guerra e Raffaello Baldini, con i quali Cavalli ha avuto spesso occasione di confrontarsi, stringendo con loro un rapporto di conoscenza personale.

 

La cosa poetica rappresenta il proseguimento ideale de Il poeta è un camionista, edito nel 2003 da Archinto. All’ultima pagina di quel libro lei scrive: “Una cosa poetica somiglia a un’avventura di viaggio, a una bella nuotata, a un lucido delirio […] una cosa poetica non aspira a finire in una Poesia con il pennacchio della maiuscola è già dentro una poesia a capo scoperto, con la p minuscola”. Ci spieghi meglio che cos’è una Cosa poetica e perché si tiene alla larga dalla Poesia con il pennacchio della maiuscola?

 

Questa è una bella provocazione, alla quale vorrei rispondere citando in anteprima una pagina del mio prossimo libro:La poesia in fasce, la poesia da pupa ha nome e cognome. Si chiama cosa poetica. La si incontra nei racconti dei vecchi e dei bambini, nei fiori che non hanno il concetto di futuro, eppure ostinatamente rifioriscono, negli incontri inaspettati, nelle fantasie meno ripetute, nell’ammutinamento del senso comune, quando l’ineffabile diventa affabile e la giornata svela di che pieghe è fatta, nelle parole che muovono un sorriso o una serrata, nella ricostruzione di una storia a partire da un pugno di mosche, nella deflagrazione di un viaggio sempre rinviato o fatto e rifatto, in un silenzio senza appigli.

Di cose poetiche è pieno il mondo, a saper guardare e ascoltare. Il tempo dirà se la pupa era destinata a diventare farfalla e a finire nei libri. O se preferisce restare lì dove l’abbiamo trovata. I libri sono la vetrina dove esporre i gioielli. L’anima e il portafoglio dei giorni sono la miniera da cui estrarre le pepite grezze, cioè la materia prima che, con estro e perseveranza, può essere trasformata in valore corrente, in zecchini sonanti, in fermagli lucenti. Ma questa inaugurale lettura della realtà è offerta a tutti senza distinzione, poeti e non poeti, uomini e donne, bambini e clandestini.

 

Recentemente è venuta meno la voce di un grande poeta, Tonino Guerra, le cui radici, in primo luogo linguistiche, affondano nella terra romagnola. Qual è secondo lei l’eredità più importante che ci ha lasciato?

 

Tonino è stato un grande raccoglitore e seminatore di cose poetiche e attraverso la sua opera ha fatto capire a mezzo mondo la qualità della tenerezza e la semplicità delle grandi domande.

 

Che tipo di legame intrattiene, a livello poetico, con la Romagna e quali sono i poeti di questa terra, oltre a Guerra, a cui si sente più affine?

 

Raffaello Baldini è stato ed è un altro grande poeta contemporaneo. Contemporaneo agli umori e ai valori profondi della nostra terra, della vita di uomini e donne con alle spalle un borgo o un paese, un nucleo sociale e umano di partenza in cui riconoscersi. Circola ancora su Internet l’ultima chiacchierata tra me e lui, trasmessa da Radio Rai. I suoi monologhi sono pagliai pieni di aghi regalati, rintracciabili al primo colpo d’occhio sensibile.

Infine Sergio Zavoli è un’altra figura di riferimento a cui sono molto legato, un maestro di giornalismo e di umanità, “testimone del tempo” anche nella sua più recente stagione poetica.

 

In Il poeta è un camionista, lei traccia una sorta di kit di sicurezza per riconoscere la buona poesia e per scrivere versi. Cosa consiglierebbe oggi a chi si avvicina alla poesia?

 

Se vi viene voglia di affrontare l’invisibile, l’irrazionale, l’appena percepito, di prendere per la coda un momento di tenerezza, un pensiero bizzarro, maldestro o la luce nascosta in una parola più malleabile o più rissosa delle altre, non abbiate paura. Fatevi sotto. Non per la Letteratura, che richiede ben altra innocenza, ma per il bene del vostro spirito. Non è un assioma l’anima del mondo, è sempre in attesa di nuovi censimenti.

 

Nella sua carriera di scrittore si è occupato molto anche di narrativa per ragazzi. Ci può parlare della sua esperienza in questo genere spesso “snobbato” dal pubblico adulto?

 

Non credevo che scrivere per ragazzi desse tanta soddisfazione. Vado nelle scuole a parlare dei miei libri e incontro un pubblico attento, affettuoso, partecipe, con i volumi spiegacciati pronti all’autografo. Il bello è che scrivo per ragazzi come scrivo per gli adulti: stesso stile trasparente e robusto, come una finestra con i doppi vetri.

 

Il suo mestiere di giornalista l’ha portata a viaggiare molto per il mondo come inviato speciale della Rai. Come hanno inciso queste esperienze nei suoi versi e in particolare la sua esperienza di inviato a Stoccolma ogni Dicembre in occasione del conferimento del Nobel?

 

Ho seguito il Nobel ininterrottamente dal 1986, quando lo vinse Rita Levi Montalcini per la medicina. Tornando ogni anno a Stoccolma, sempre in quella settimana di Dicembre (il premio, infatti, viene conferito il 10 dicembre, anniversario della morte di Alfred Nobel), mi sono innamorato di questa città, dell’atmosfera natalizia a quelle latitudini, della capacità che hanno gli svedesi di rendere esemplare e stimolante “l’infornata” di talenti che ogni anno passa lassù a ritirare il premio dalle mani del re. Inoltre c’è una foltissima rappresentanza di studenti, nei vari momenti della cerimonia e negli incontri con i Laureati. Da quegli incontri e da quella parte della mia vita di inviato speciale ho tratto ispirazione per la stesura di due romanzi di viaggio: Il romanzo del Nobel nel racconto di un inviato (2000) e Il divano del Nord. Viaggio in Scandinavia (2005).

 

Le parole” ha scritto “sono la prima pelle delle cose”. Forse era di questo parere anche il poeta Raffaello Baldini, il quale nella sua ultima opera per il teatro dal titolo La Fondazione ci racconta di un personaggio anziano, prossimo a morire, che trova racchiusa negli oggetti d’uso quotidiano, anche nei più banali come la carta delle arance, la sua stessa esistenza, al punto di voler fare, in preda a un delirio, una fondazione per quegli oggetti. Si ritrova in questa visione baldiniana? Qual è il legame che intrattiene la sua poesia con le cose e con gli oggetti del quotidiano?

 

Mi ritrovo tantissimo nelle intuizioni ironiche, affettuose e espanse (altro che minimaliste!) di Lello poeta e affabulatore. I soprammobili, i souvenir, i libri sul comodino, le cose amate, perfino alcuni utensili, belli o brutti che siano, raccontano la nostra storia. Essi sono davvero il museo minimo del nostro percorrere la vita, i nostri Lari e Penati. E allora viva il superfluo delle cartine che avvolgono le arance, sempre più difficili da trovare, con i loro disegni naif!

 

Emanuele Gardini

 

 

Bentornati! L'estate purtroppo sta finendo, come ricordano i sempreverdi Righeira,estate che ricorderemo per i non troppi tormentoni musicali (un grazie però lo devo a Robin Thicke per gli sculettamenti osservati sulla sua canzone), ma per i tormentoni facebookiani come “E' colpa di Gnassi”, per la scomparsa della nostra 9 bar e per il tentativo fortunatamente non andato a buon fine del Comune di Rimini di sostituirla con una imbarazzante imitazione, per la Molo Street Parade che è ormai una certezza, e la Notte Rosa che già puzza di vecchio, per i pienoni in alcuni locali per l'arrivo di vari Dj di fama internazionale... già, il pienone per l'arrivo di 'sti famosissimi e strapagati Dj.
Questa cosa non mi va proprio giù, è più forte di me!
A costo di passare da snob o di fare di tutta l'erba un fascio, non riesco a spiegarmi come un banale Dj possa permettersi di guadagnare tutto ciò, il rapporto qualità/prezzo è troppo squilibrato!
E poi, soprattutto, non riesco a capire come si possa dire, o come loro possano dire, che suonano.

Certo, certo, non tutti questo pseudo musicisti sono uguali:

Ci sono i bimbiminkia virtualdeejay (i peggiori), che si scaricano un programmino per mixare da Emule, comprano un paio di cuffie al centro commerciale, e con i loro Cd del Papeete Beach hanno la convinzione da bambini viziati di sentirsi già dei professionisti. Assimilabili a loro ci sono i Dj da festa di diciottenni o festa di paese, quelli che si son presi la consolle coi soldi del papà, e che spesso e volentieri vendono le prevendite per discoteche in cui sperano un giorno di andare a “suonare”.

Un gradino sopra ci sono gli aspiranti deejay che si sono comprati l'impianto coi loro sudati guadagni, e pian piano ci aggiungono altre parti o lo migliorano. Passano le ore sui siti e nei negozi specializzati, e soprattutto nella loro cantina a provare e riprovare passaggi, chiusure e messe a tempo, fino a che il loro show musicale non è perfetto. Questa categoria di deejay si differenzia dall'altra perché magari lavora in locali seri, grazie a qualche loro produzione.

Ci sono poi ancora i dj che fanno Live set con Ableton Live, controller, pedali, effetti di ogni tipo, magari neanche montano i giradischi o i cdj in console, creano tutto dal vivo, oppure un mix fra i due. Ecco, qui forse, ma forse, ma forse, ci si avvicina al concetto di “suonare” (senza però centrare il concetto, è ovvio).
E poi beh, ci sono loro, gli “strapagati”, che arrivano nel locale col loro jet privato, si limitano a mixare pezzi nemmeno loro, e ovunque vanno, sempre gli stessi, fanno due autografi e ripartono.

Insomma ce n'è di tutti i colori.

Purtroppo, mai in me verrà il dubbio sul dove andare, se un giorno dovrò scegliere fra il concerto live del più sconosciuto dei gruppi che ci possa essere nel pub in centro, o lo schifo di show di un Ricardo Villalobos qualsiasi nel locale con poi magari la selezione all'ingresso.

Sempre viva la musica, quella vera.

 

 

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